Leggo da qualche parte che è in uscita “Nudo”, un nuovo libro, con tanto di codice ISBN, prefazione e poi solo pagine bianche. E' in vendita a cinque euro, pubblicato dalla casa editrice Giovane Holden (già tutto un programma).
“Nudo” è la metafora del “non c'è più niente da scrivere tranne scrivere qualsiasi cosa”. Gli autori sostengono che “chiunque vi legge ciò che vuole”, parlano di provocazione ma anche di invito alla riflessione, cioè l'adagio classico delle operazioni che si nascondono dietro il paravento dell'artisticità. La scusa notoria di chi s'inventa un significato quando sa benissimo che l'oggetto ha poco o non ha alcun senso.
Che cos'è allora o, meglio, che cosa dovrebbe essere “Nudo” ? Forse un diario, magari un taccuino oppure l'invito alla scrittura ? Il libro bianco, anzi il libro “nudo”, non è altro che l'ennesima testimonianza dell'incapacità di produrre nuovo senso, è la palese ammissione dell'odierno corto circuito creativo, che si ripete, rivisita, riedita, e finge di produrre non facendo altro che citare, amalgamare e ricombinare.
Questo perchè siamo piombati, per nostro eccesso di entusiasmo, dentro un'universo ingorgato di segni che si calpestano e si schiacciano a vicenda. “Nudo” è dunque il modo di certificare una scoperta attualissima ma già vecchia nel modo più ingenuo possibile, dove per non commettere alcun errore non si afferma nulla, s'incornicia il vuoto e si lascia spazio al tutto. Nemmeno Barthes, forse, avrebbe azzardato tanto, ben sapendo che andare oltre la teorizzazione si sfora il grado zero dell'ingenuità comica.
Non c'era bisogno di farlo presente, “nudo” vorrebbe annunciare e sentenziare l'infarto della comunicazione. C'è talmente tanta polvere in giro che qualcuno non trova di meglio che offrirci una gabbia di vetro dicendo che dentro c'è aria pulita. Ma che bravi. Soprattutto, originali. L'ennesima parola “fine” mascherata da silenzio, quando l'unica cosa da fare sarebbe tacere per davvero. Non ditelo, perchè tanto lo sappiamo tutti.
Mi chiedo: ma c'era davvero bisogno di questa provocazione ? Ma che cosa provoca poi ? Nell'epoca delle parole solubili sciolte in bicchiere o frullate ovunque dentro qualsiasi media, spazio o contenitore, io, per esempio, non mi sento affatto provocato, tutt'al più mi sento spazientito.
Ben venga, comunque, tanto per parlarne forse non ci sarà nemmeno bisogno di comprarlo.
TORINO, 5 FEB - Fiori a San Valentino? Si', grazie. L'associazione dei fioristi torinesi aderente all'Ascom si ribella alla campagna promossa dall'Unicef: 'Rose rosse? No grazie. A San Valentino quest'anno regala qualcosa di speciale alla persona amata'. Fra i regali suggeriti ci sono coperte di lana e alimenti terapeutici per bambini dei paesi in via di sviluppo.
Quando la ragione del commercio e del denaro prevalgono sul buon senso comune. Capisco i commercianti che in quel giorno mettono sicuramente “a segno” il più bell’incasso dell’anno, capisco l’associazione, che difende i suoi associati, però, perdonate, forse si poteva mostrare più sensibilità e magari non contraddire così apertamente, frontalmente, un’iniziativa dell’UNICEF tutto sommato giusta. Chi può dire di no ? E’ meglio regalare un fiore o un’opera di bene ? Ho come l’impressione che nella bilancia del buon senso ci sia qualcosa che pende dalla parte sbagliata. Succede spesso, ultimamente, a noi ‘taliani
Anche perché, non me ne vogliano i fiorai, che ammiro, stimo e se potessi tutelo, certe bellissime orchidee sono ancora “più” bellissime nei prati, un po’ in meno in vaso, dove qualche giorno dopo son destinate a chinare il capo e rinsecchire. E le rose ? Il capolavoro della natura ? Non son forse stupefacenti, le rose, quando sono attaccate al roveto ?
Il mazzo di fiori alla fin fine è come un pacchetto, un involucro, un contenitore. Mette in scatola il gesto, un idea, la vaga partecipazione. Soprattutto è un luogo comune spaventosamente convenzionale. I fiori per dire qualcosa. Ma che cosa poi ? Dillo, se hai qualcosa da dire.
Paradossalmente, regalare fiori è come regalare un’animale impagliato, anzi peggio, un animale vivo destinato ad impagliarsi da solo. Lungi da me fare l’animista, o portare all’estremo un’ideale bucolico di panismo sfrenato (la natura è bella solo in natura ), però questa cosa dei fiori recisi, imbottigliati e chiusi col fiocco, non lo so, è come se bevessi un chianti e mi rimanesse il gusto di cedrata.
San Valentino. Ciao, ti ho portato un mazzo di fiori. Oh, grazie, bellissimo, profumatissimo, delicato, che meraviglia che sei. Uhm. Eppure, così stretti, tagliati, plastificati, queste meravigliose rose sembrano di polipropilene. Le rose di plastica del “Amore, ti amo”.
Sto per fare un discorso improbabile, ma non è patetico e non vuole essere di moralismo animalista. E' una semplice osservazione. Vi siete mai avvicinati ad un camion per il trasporto degli animali ? Mi è successo qualche giorno fa. La prima cosa che ho visto è stato un maiale con gli occhi azzurri. C’erano molti suini, grandi e grossi, come siamo soliti immaginarli, tutti ammassati uno contro l'altro, stretti in uno spazio di tre metri per dieci. Grugnivano disperati con quel loro verso stridente e improvviso, un rantolo soffocato che aspirano verso l'interno. Molti giravano su se stessi e cercavano un'improbabile via di fuga. Qualcuno di loro aveva gli occhi scuri, qualcuno gli occhi verdi, quello che ho guardato in faccia io aveva gli occhi azzurri. Trasparenti e profondi, come quelli di una biondina o di un ragazzo norvegese. Si è arrotolato spingendo gli altri, ha cercato scampo a destra e a sinistra, poi è rimasto lì a fissarmi attraverso le sbarre. Mi vedeva, certo, e soprattutto stava pensando a qualcosa.
Ora, chi mai ha visto da vicino i maiali, cioè dal vero, sa che sono decisamente brutti, sporchi e anche abbastanza ridicoli, con quelle gambe corte, sottili, montate su di un corpo enorme, nemmeno rotondo ma rigonfiato e ovale, con la testa poderosa e il collo indistinto, ma, soprattutto, con quel loro muso schiacciato e i due fori del naso che hanno decretato la fama grafica e l'iconografia di questo bizzarro animale. I suini (altro, chissà perchè, orribile sinonimo), poi, sono ricoperti di peli, sparsi qua e là sopra una pelle innaturalmente rosa, e sono per lo più ricoperti di mosche. Per ultimo, puzzano da morire. Tutto vero, ovvio, risaputo.
Ma forse, proprio in virtù di questa loro goffa fisionomia, della loro ridicola conformazione, in definitiva, per via della loro bruttezza colorata a pastello rosa, sono diventati “simpatici” protagonisti di molte storie, dalle favole alla letteratura, dal cinema alla televisione. In pratica il maiale è forse così ripugnante, dal vivo, che abbiano sentito il bisogno, in qualche modo, di risarcirlo, esorcizzandone la detestabilità e riesumando invece la sua versione gradevole, divertente. I maiali, solo per fare un esempio, piacciono molto ai bambini.
Eppure non pensiamo, facendone dei personaggi, che diventano i nostri prosciutti, gli insaccati e molto altro per le nostre gozzoviglie. Fin qui tutto normale, cioè, mica tanto, eppure quanto basta per l'ovvia e ormai connaturata, fisiologica, ipocrisia dell'umana società moderna.
Qualcuno potrà sorridere ma vi invito a farlo, quando mai capiterà: guardate in faccia un maiale (ma può funzionare anche con una mucca o con un tacchino), guardatelo negli occhi, fermatevi a scrutare quello che ha in mente, come di solito si fa con gli altri esseri della nostra specie. Soprattutto cercate di vedere di che colore ha gli occhi. Capirete che cosa voglio dire. Guardatelo negli occhi e vi accorgerete che sta pensando a qualcosa. Credo che serva molto di più di un qualsiasi discorso animalista. Per quanto mi riguarda c'è una cosa che ha continuato a frullarmi per la testa, se quel maiale con gli occhi azzurri fosse un “uomo” o una “donna”.

Cade un tabù. Nel 2009 la prima PORSCHE ELETTRICA.
(ANSA) - ROMA, 13 OTT - Sara' in vendita l'anno prossimo la prima Porsche elettrica. Lo rivela il settimanale tedesco Wirtschaftswoche. L'auto, una 911, e' stata sviluppata in collaborazione con la societa' Ruf Automobile. Del peso di 1.910 kg, di cui 550 per le batterie a ioni di litio, avra' prestazioni da sportiva, anche se distanti dalle sorelle della casa di Stoccarda, con velocita' massima di 225 km/h e accelerazione da 0 a 100 in meno di sette secondi. Prezzo tra 150 e 180 mila euro.
Saranno i tempi della crisi economica ? Sarà il dovere di “sposare” una crescente nicchia di mercato che santifica l'ecologismo, almeno nell'intenzione ? Sarà che la Porsche elettrica forse farà molto notizia ? Ogni ragione è valida.
La porsche “elettrica” rappresenta in sé un bel gioiellino di paradosso della nostra epoca e testimonia ancora una volta la fisiologica discesa al compromesso del marketing e del mercato. Da ogni parte la si guardi questa notizia funziona da piccolo shock, da elemento di rottura, e per questa ragione va sottolineata con un sorriso d'ironia, con una smorfia di dubbio e pure con un certo minimo sospetto.
Del resto, credo che in Italia non la venderanno per almeno per ventanni. Qualcuno ha dei dubbi ? Crediamo forse noi, popolo e civiltà, gli italiani, di essere pronti a coniugare e digerire due estremi così eccentrici e dirompenti come il lusso e la cura per il pianeta ?
Pare che gli altri, tedeschi per primi, stiano già superando gli stereotipi motoristici del secolo scorso, quei clichè e schemi che si organizzavano sempre, guarda caso, intorno al concetto di Status Symbol, benzina e velocità. Noi italiani siamo lontani dall'averlo superato. Una Porshe in cui non si sente il “rombo del motore” ? Una porsche che fa “solo” i 225 km/h ? Ma va, in Italia ?
Ecco perchè pochi italiani (forse nessuno) saranno disposti ad attaccare la Porsche alla presa di corrente, come l'aspirapolvere o le auto del comune.
Lusso e velocità non potranno facilmente fondersi, in Italia, con una sincera e rispettosa voglia di fare i bravi con la madre terra. Tra ventanni, forse. E mi aspetto anche, per allora, almeno una Maserati a GPL e una Ferrari a Metano.
Tra i ragazzi più giovani e più marcatamente aggressivi o trasgressivi, va diffondendosi una moda che arriva dal Canada artico: il tatuaggio Braille. Inciso sotto pelle, puntinato, a matrice o reticolato, anche nella versione Telegrafo o nella versione Morse, il tatuaggio di questa fattura sembra piacere ai ragazzi e alle ragazze, che adorano percorrerlo con le dita alla ricerca del significato. Alcuni intervistati dicono: “è una figata pazzesca”, “vale la pena provarlo”, “non ce l'hanno in tanti”, “fa un po' male ma è molto sexy”.
Tecnicamente il tatuaggio viene eseguito ponendo sotto pelle una placca di metallo intercambiabile, da qui il nome “Iron Braille”, di cui esistono in commercio svariate versioni, che danno così la possibilità di cambiare frase o messaggio. Dalle tradizionali “Ti amo Maria” alle più cattive “Fuck the world”, da “Gesù ti vuole” a “Non pago le tasse”, fino ad arrivare alle più svariate e plurime manifestazioni d'irriverenza, di avversione, di comunione, di auto ed etero celebrazione. Chi si fa tatuare il nome della moglie o della figlia, chi l'antesignano reggimento di leva, chi una fittizia serie di numeri di cella, reato, anni di pena, chi invece propende più prosaicamente per la sua retribuzione annuale lorda o per il numero di rapporti sessuali effettivamente conseguiti, ovviamente aggiornabile on the hour.
C'è poi tutta un'altra categoria di appassionati che mette frasi ad effetto, prese dai più eclettici autori: il mondo è mio, io e te trecento chilometri sopra il cielo, fatti non foste per vivere senza soldi, la fossa siamo noi tutto il resto è un buco.
Infine c'è chi si fa installare interi libri: dal “Mein Kampf” al “Manifesto” di Marx, dalle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” all'intero ciclo, tradotto in più lingue, del “Signore degli Anelli”.
Insomma, quest'anno imperversa la moda del tatuaggio Braille. L'esperto di cultura, mood and cool e big-trend che abbiamo interpellato spiega che “è un modo come un altro per esserci, comunicare ed apparire”. Il nostro guru avverte che per la moda dell'anno prossimo i segnali sono già molto chiari: congiungere con un raggio laser i diversi nei sulla pelle, interpretandoli astrologicamente come costellazioni.
Si dimena, si dimena. Quando sale sul palco oppure quando interpreta il suo video, il cantante (o la cantante) viene come posseduto da un demone (lui dice il demone dell'arte) che lo trascina con sé ad interpretare calorosamente, appassionatamente, visceralmente, col cuore insomma, la sua canzone.
Una vera e propria iconografia: balla, si dimena, punta il dito verso il pubblico o la telecamera, apre le braccia lentamente, poi chiude gli occhi rapito. Scuote la testa, fa si con la testa, la alza verso il cielo. Incrocia le braccia, batte le mani, volge la testa all'indietro. E poi, a tempo di musica, compie quel tipico gesto del cammello (o del dromedario), rimbalzando sul suo collo come una bambolina cinese. A tempo, s'intende.
Se suona, punta la chitarra verso il pubblico oppure verso il cielo, la stringe e la strizza, la tortura e l'accarezza, la impugna, come un'arma o come un bastone sacro.E poi si piega, s'inginocchia, fa roteare il capelli, fa dondolare il bacino, si alza sulla punta dei piedi, divarica le gambe e rimbalza sulle gambe. Apre gli occhi, rossi di bragia, lui è altrove, non è con voi, non ve lo sognate neppure. A questo punto solleva il microfono e lo alza verso il cielo. Che Dio debba fare la seconda voce ?
Eroici, erotici, malefici, apocalittici, apoplettici, sognanti, evanescenti, insinuanti, ieratici, catartici, ammalianti, enormi, convenienti, simbolici e ansimanti. Icone, burattini, bambole o pupazzi ? Maghi, stregoni o alchimisti ? O forse bambini che giocano ad imitare altri bambini ?
Poi ce ne sono altri, d'altra stirpe o fattura. Faccio l'ultimo esempio: arrivano al pianoforte e si mettono a cantare timidamente, senza guardare in macchina o verso il pubblico, come se fossero stati costretti, come se non lo volessero fare. Sembra che dicano: mi tocca ma non l'avrei fatto. E' la musica che lo esige. Io sono qui per caso, è toccato a me ma poteva benissimo toccare a te. E alla fine se ne vanno con uno sguardo triste, come per dire, scusate. Ma intanto hanno cantato. E che parata per giunta.
E’ una notizia ansa del 15 novembre, ma io l’ho letta soltanto oggi. “Georges Marciano, fondatore dell'americana Guess Jeans, ha acquistato un enorme diamante per 10,9 mln di euro. La vendita e' avvenuta Ginevra nella casa d'aste Sotheby's. La pietra, da 84,37 carati, a taglio brillante, di colore e purezza eccezionali, è il più grande diamante bianco mai venduto all'asta. Marciano lo ha battezzato 'The Chloe Diamond', in onore della figlia dodicenne. Me lo immagino il papà Georges che s’inorgoglisce davanti allo stupore della piccina.
Bene, ho calcolato che per guadagnare 10 mln di Euro io ci impegherei 6666 mesi, numero già di per sé più che diabolico. Tutti quei mesi equivalgono a 555 anni, cioè fino al 2562. Sperando che per allora non scoprano una nuova America e sperando magari che nel frattempo s’impari a viaggiare nel tempo, ho anche calcolato che con la speranza di vita media (75 anni) ci vorrebbero 7 di me, per racimolare quella cifra. Ivo Rosati VII c’è la potrebbe fare, se tutti i suoi progenitori non spendessero un euro, beninteso. Cosa teoricamente impossibile, perché io e miei posteri dobbiamo pur mangiare qualche tozzo di pane e so per certo che nessuno di loro rinuncerà al vino.
Ora, io m’incazzo, e questo passi, ma che cosa dovrebbe fare un bambino africano, diciamo pure un mio coetaneo iracheno, se gli mettessero sotto il naso un fatto così ? Ti viene voglia di bombardare, di farti scoppiare o di prendere Georges Marciano, se hai la possibilità di vederlo, e dirgli vaffanculo in tutte le seimila lingue del mondo, tanto per dimostrargli che di esagerare sono capaci tutti. Retorica, certo, retorica, della più trita e scontata. Ma non è forse retorica un diamante che vale 10 Mln di Euro ?
Così ho pensato una cosa: vado al prima negozio cinese e compro un culo di bottiglia. Lo regalo a mia moglie che lo terrà sul comodino. La bottiglia invece no, la porterò con me. Se mai dovessi incontrare Georges Marciano, gliela rompo in testa. Non ho niente contro di lui o contro i diamanti o contro Sotheby’s o contro il sistema, come qualcuno erroneamente, qui, potrebbere insinuare. Soltanto che gliela rompo in testa.
Compare nelle cartoline, nei finali di un film, in molte pubblicità. Non c’è bisogno di spiegarlo, fa effetto. Dicono che evoca. Beh, l’hanno rovinato. Quanti tramonti sprecati, quante nuvole in contro luce, quante ombre lunghe gettate a vanvera per suscitare emozione. Il tramonto è una mossa forte. Funziona sempre. Non sai che fare ? Mettici un tramonto. Gli innamorati si abbracciano al tramonto, al tramonto si sciolgono le storie. Nei film il protagonista si ferma a contemplare il sole che scompare e di solito ci lascia il suo testamento. Domani è un altro giorno. Infatti. Un tramonto è il principale clichè della categoria belle immagini. Probabilmente perché nasconde qualcosa di ancestrale, il fatto che poi incombe la notte. Trasmette il senso del tempo e della morte, questa l’unica giustificazione accettabile. La ragione per cui agisce su di noi.
Al tramonto ci si bacia, si scattano fotografie, si telefona ai parenti, si vorrebbe la pace nel mondo.
Al tramonto tutti dicono domani sarò migliore di oggi.
6. Lanciarsi dalla cima di un elettrodotto facendosi scivolare a terra lungo il filo. Un gesto atletico di notevole impatto emotivo, modello Lara Croft su teleferica. Non appensa si tocca terra una scarica ad alta tensione incenerisce il corpo in un baluginio di scintille. Quasi dei fuochi d’artificio. Piazzate diverse telecamere nei punti strategici, avvaletevi dell’aiuto di un buon regista. Preparete il suicidio verso l’ora del tramonto, quando la luce diventa migliore e i contorni si offuscano leggermente. Sarà uno spettacolo suggestivo. Consigliato per gente atletica, dinamica, sportiva. E’ un morte di alto profilo agonistico, con note circensi apprezzate, in genere, da ogni fascia di pubblico.
7. Bere quindici litri di grappa con un pollo arrosto. E’ una tipologia di suicidio che va sul popolare, per gente tutta d’un pezzo. Un’ultima sana bevuta, da soli o in compagnia. Si muore per coma etilico aggravato, nessun dolore, un po’ di nausea e poi un gran sonno. Indicata per alpini e crapuloni, per chi vuol finire in silenzio, come una volta, a tavola, davanti al camino o qualcosa del genere. Diranno di voi che siete stato un bravuomo, che meritavate di più, che nessuno riesce a capire perché l’avete fatto.
8. Fumarsi una canna di vinavil. Perfetta per gli amanti delle droghe, per gli estimatori degli effetti stravaganti, per chi non rinuncia all’ultimo spinellino che dà un calcio al mondo. Il sapore è buono, per qualche minuto si vedono anche cose strane, poi gli effetti collaterali portano una reazione allergica e il finale arresto cardiaco. Un’apoteosi. Dosi consigliate: una sigaretta, un tubetto di colla. Mettete in sottofondo qualcosa di adeguato.
9. Tagliarsi le vene con il Dvd promozionale di una panca per addominali. E’ un suicidio molto moderno, che va di moda sulla costa occidentale degli Stati Uniti.
10. Impiccarsi con il Joypad di una Playstation. Per patiti di videogame e giocatori incalliti: si lascia il mondo abbarbicati al vero mito del settore. Avrete schiere di fans, adoratori e cultori. Ne parleranno i blog e le riviste specializzate. Sicuramente faranno un gioco dedicato a voi e inoltre, con un po’ di fortuna, avrete un manifesto, da qualche parte a Tokyo, che vi ricorderà con onore.
11. Convocare una conferenza stampa e spararsi in diretta. E’ il suidicio più semplice, diretto e spettacolare. Una garanzia ai massimi livelli. Il risultato dipenderà dal livello dei media che riuscirete a coinvolgere. Non rinunciate alla televisione locale ma, se potete, sparate subito in alto, CNN o BBC.
Manichino; Sillabazione/Fonetica [ma-ni-chì-no];Etimologia Dal fr.mannequin, che è dall'ol. ant. mannekijn, dim. di man 'uomo'
Definizione s. m.
1 fantoccio snodabile che serve agli artisti come modello per ritrarre nelle varie posizioni la figura umana
2 fantoccio che riproduce la figura umana al naturale o solo il tronco di essa, utilizzato dai sarti per confezionare i vestiti e dai negozianti per esporli al pubblico; per estens., qualsiasi supporto di forma anche solo vagamente umana usato per esporre indumenti ' sembrare un manichino, essere vestito con ricercata eleganza ' stare come un manichino, immobile, impalato
3. (fig.) individuo privo di personalità, che agisce secondo la volontà altrui.