Manichini

Cronache di una civiltĂ  malandata.
05/02/2009

Paradossi. San Valentino. Fioristi contro l'Unicef

TORINO, 5 FEB - Fiori a San Valentino? Si', grazie. L'associazione dei fioristi torinesi aderente all'Ascom si ribella alla campagna promossa dall'Unicef: 'Rose rosse? No grazie. A San Valentino quest'anno regala qualcosa di speciale alla persona amata'. Fra i regali suggeriti ci sono coperte di lana e alimenti terapeutici per bambini dei paesi in via di sviluppo.

Quando la ragione del commercio e del denaro prevalgono sul buon senso comune. Capisco i commercianti che in quel giorno mettono sicuramente “a segno” il più bell’incasso dell’anno, capisco l’associazione, che difende i suoi associati, però, perdonate, forse si poteva mostrare più sensibilità e magari non contraddire così apertamente, frontalmente, un’iniziativa dell’UNICEF tutto sommato giusta. Chi può dire di no ? E’ meglio regalare un fiore o un’opera di bene ? Ho come l’impressione che nella bilancia del buon senso ci sia qualcosa che pende dalla parte sbagliata. Succede spesso, ultimamente, a noi ‘taliani

Anche perché, non me ne vogliano i fiorai, che ammiro, stimo e se potessi tutelo, certe bellissime orchidee sono ancora “più” bellissime nei prati, un po’ in meno in vaso, dove qualche giorno dopo son destinate a chinare il capo e rinsecchire. E le rose ? Il capolavoro della natura ? Non son forse stupefacenti, le rose, quando sono attaccate al roveto ?
Il mazzo di fiori alla fin fine è come un pacchetto, un involucro, un contenitore. Mette in scatola il gesto, un idea, la vaga partecipazione. Soprattutto è un luogo comune spaventosamente convenzionale. I fiori per dire qualcosa. Ma che cosa poi ? Dillo, se hai qualcosa da dire.

Paradossalmente, regalare fiori è come regalare un’animale impagliato, anzi peggio, un animale vivo destinato ad impagliarsi da solo. Lungi da me fare l’animista, o portare all’estremo un’ideale bucolico di panismo sfrenato (la natura è bella solo in natura ), però questa cosa dei fiori recisi, imbottigliati e chiusi col fiocco, non lo so, è come se bevessi un chianti e mi rimanesse il gusto di cedrata.

San Valentino. Ciao, ti ho portato un mazzo di fiori. Oh, grazie, bellissimo, profumatissimo, delicato, che meraviglia che sei. Uhm. Eppure, così stretti, tagliati, plastificati, queste meravigliose rose sembrano di polipropilene. Le rose di plastica del “Amore, ti amo”.
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18/11/2008

Ringtone

Avete mai provato a non rispondere ad un telefono che squilla ? Cioè, intendo, che sia quello di casa o un cellulare, quando sentite il trillo, beh, disenteressarsi e far finta di niente. Non leggere nemmeno il nome del chiamante. Aspettare. Rimanere in silenzio per trenta secondi o per due minuti, finchè non smette, fino a quando non avrà finito. Zitti, senza muoversi, lasciando il campanello a gracchiare nella stanza, fino al punto in cui la persona dall’altra parte non vi cerca più.
Perché diavolo devo rispondere, ti chiedi. Adesso non ne ho voglia. Devo proprio parlare con qualcuno ? Per quale stramaledetta ragione un campanello deve farmi alzare da qui, sollevare una cornetta e dire pronto, parlate pure ? Perché mi avete interrotto ? Qualsiasi cosa stessi facendo, dal puro nulla sul divano allo sguardo perso lungo una pista di formiche, che io stessi piantando un chiodo o accendendo la lavatrice, non ho forse il diritto di preservare la mia continuità ?
Ebbene, come essere pensante, rivendico il desiderio della ferma volontà di non reagire ad un impulso. Drin ? Chissenefrega. Per qualche oscura ragione non rispondere al telefono dà una straordinaria sensazione di libertà. Non sono mica un circuito integrato, per dio.

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13/10/2008

Oroscopo metropolitano

Domani meno coda del solito, è probabile che troverai i semafori tutti verdi, prendili d'infilata, non ci sono pattuglie nei paraggi. Abbi fede in Saturno, nell'orbita d'Urano, che protegge da telelaser e autovelox, da autoritari poliziotti incazzati e da rigorose vigilesse oversize. 

Gas di scarico e PM10 nella norma, cioè l'equivalente di mezzo pacchetto senza filtro, soltanto qualche colpo di tosse. Oggi il rischio tumore è intorno al 45%.

Arriverai in orario, troverai il parcheggio e il cappuccino del tuo bar sarà cremoso il giusto, dosato bene e alla perfetta temperatura di 55° (131 fahrenheit), così come certificato dall'Inei (Istituto Nazionale Espresso Italiano). Il vecchietto che legge il tuo giornale oggi ha l’otite: mollerà subito dopo la prima pagina. Rimani in agguato.

Amore. Tua moglie telefonerà soltanto due volte e non prima della pausa pranzo.

Lavoro. Il tuo direttore è calmo, in gergo astrologico diremmo “sfogato”, perché torna dalle Maldive, è abbronzato ed ha sulle spalle qualche romantico accoppiamento in più.

Ascolta pazientemente i suoi resoconti, fai qualche volta di sì con la testa e non lo contraddire quando parlerà della sabbia, “liscia e bianca”, dirà, come borotalco. Ricordati: adora essere ascoltato. Parlerà delle aragoste e dell'acqua azzurra: conta fino a centoventicinque, dovrebbe aver finito.

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30/06/2008

Ultima moda. Il tatuaggio braille.

Tra i ragazzi più giovani e più marcatamente aggressivi o trasgressivi, va diffondendosi una moda che arriva dal Canada artico: il tatuaggio Braille. Inciso sotto pelle, puntinato, a matrice o reticolato, anche nella versione Telegrafo o nella versione Morse, il tatuaggio di questa fattura sembra piacere ai ragazzi e alle ragazze, che adorano percorrerlo con le dita alla ricerca del significato. Alcuni intervistati dicono: “è una figata pazzesca”, “vale la pena provarlo”, “non ce l'hanno in tanti”, “fa un po' male ma è molto sexy”.
Tecnicamente il tatuaggio viene eseguito ponendo sotto pelle una placca di metallo intercambiabile, da qui il nome “Iron Braille”, di cui esistono in commercio svariate versioni, che danno così la possibilità di cambiare frase o messaggio. Dalle tradizionali “Ti amo Maria” alle più cattive “Fuck the world”, da “Gesù ti vuole” a “Non pago le tasse”, fino ad arrivare alle più svariate e plurime manifestazioni d'irriverenza, di avversione, di comunione, di auto ed etero celebrazione. Chi si fa tatuare il nome della moglie o della figlia, chi l'antesignano reggimento di leva, chi una fittizia serie di numeri di cella, reato, anni di pena, chi invece propende più prosaicamente per la sua retribuzione annuale lorda o per il numero di rapporti sessuali effettivamente conseguiti, ovviamente aggiornabile on the hour.
C'è poi tutta un'altra categoria di appassionati che mette frasi ad effetto, prese dai più eclettici autori: il mondo è mio, io e te trecento chilometri sopra il cielo, fatti non foste per vivere senza soldi, la fossa siamo noi tutto il resto è un buco.
Infine c'è chi si fa installare interi libri: dal “Mein Kampf” al “Manifesto” di Marx, dalle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” all'intero ciclo, tradotto in più lingue, del “Signore degli Anelli”.
Insomma, quest'anno imperversa la moda del tatuaggio Braille. L'esperto di cultura, mood and cool e big-trend che abbiamo interpellato spiega che “è un modo come un altro per esserci, comunicare ed apparire”. Il nostro guru avverte che per la moda dell'anno prossimo i segnali sono già molto chiari: congiungere con un raggio laser i diversi nei sulla pelle, interpretandoli astrologicamente come costellazioni.
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06/05/2008

Una boccata d'aria

Primavera, anche se un po' in ritardo. Cieli tersi, nuvole che corrono veloci. Le montagne sghiacciano sullo sfondo. Lo senti nell'aria quel sapore diverso dalle altre stagioni, respiri qualcosa di più fresco e vivace. I volti delle persone sono più rilassati, meno cupi, la malinconia si asciuga dentro un raggio di sole. I bambini ricompaiono in cortile, dopo l'inverno passato dentro casa, sul divano, davanti agli schermi e monitor multicolori. E le donne tornano a vestire abiti stretti e leggeri, tolgono le calze, mettono i sandali ai piedi. Loro sì che camminano spavalde e sbarazzine, che sorridono e si guardano intorno in cerca di qualcosa di meglio. La bellezza ? L'allegria ? L'amore. E così, qualche volta, si lasciano volentieri dondolare nei lembi del vestito. Poi con una mano fermano il vento e con uno sguardo gli occhi indiscreti. Fingono d'essere spaventate ma le gambe sono snelle, i piedi deliziosi, e in fondo non c'è niente di male che qualcuno abbia potuto vedere. Si tratta di bellezza, così come di primavera.

La primavera, infatti, è una primitiva, animalesca, viscerale spremuta di vita. Come i mammiferi, i volatili, così come i pesci, anche noi esseri umani riscopriamo l'istinto e la voglia della nostra natura, dell'esplorazione, della caccia e dell'accoppiamento. Siamo così tanto animali, in fondo alla testa e allo stomaco, nella meteorologia e nella felicità, che a volte viene da pensare come tanti dei nostri problemi, forse, siano dovuti soltanto ad una presunzione. La presunzione di essere una specie animale superiore.

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16/01/2008

Metapost. Il post che hanno scritto tutti.

Se non abbiamo qualcosa da dire, in teoria, si deve rimanere zitti. Nulla impedisce il silenzio, l’arte del tacere al momento giusto, per cui serve un tempismo perfetto. Così non si fanno brutte figure. Invece qualcosa ci spinge ad aprire la bocca, a scrivere una frase, a mandare un post in qualche blog che non sappiamo nemmeno dov’è collocato fisicamente.

E così apri l’editor, guardi il cursore lampeggiare, che ti ricorda in qualche modo l’ambulanza o i pompieri, e vieni messo sotto pressione da quell’incessante richiamo che ti assilla ad interrompere il vuoto. E’ così che si cade in errore. Horror vacui. Poi fai correre le parole, speri che ti salvino loro, che la sostanza emerga nonostante te. Preghi. Almeno qualcosa l’hai scritto. Ma se invece fossi rimasto zitto ? Potevo andare fuori, potevo pisciare, farmi una doccia, assopirmi di televisione, invece ho voluto scrivere un post. Dovrebbero studiarlo questo fatto, diventerà una nuova malattia.

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15/01/2008

Anatomia dell'irrequietezza

L’irrequieto, da dizionario, è colui “che non trova quiete”, agitato e smanioso ma anche “vivace, esuberante, che non sta mai fermo”. L’accezione principale di “irrequietezza”, dunque, è collegata all’impossibilità di rimanere fermi ed è esattamente in questo senso che Chatwin l’ha utilizzata, cioè come metafora del desiderio di viaggio. Sono irrequieto quando: non so dove stare, non voglio rimanere in un certo posto, c’è qualcosa che mi rende nervoso, quindi vorrei stare meglio.

Sembra potersi definire una condizione mutevole e transitoria ma che può durare a lungo, in cui aspiriamo o desideriamo sentirci meglio e quindi cerchiamo la pacificazione, la soddisfazione o l’appagamento. Non è detto, però, che si stia parlando di piacere, trattandosi più spesso di quiete, di tranquillità, di equilibrio, dunque una condizione ideale in cui non stiamo desiderando nulla.

Si è irrequieti prima di partire, quando smaniamo nell’attesa, aspettando che cominci qualcosa, di qualsiasi cosa si tratti. L’impazienza e la frenesia prendono il sopravvento al punto di rompere quella normale condizione di equilibrio.

L’irrequieto è attivo, non si accontenta e si ritrova sempre alla ricerca di qualcosa. La sua attività, conseguenza dell’irrequietezza, lo conduce alla scoperta, all’esplorazione, alla conoscenza.

L’irrequietezza, così, è forse una specie di voglia di mettere ordine: poichè nel caos scopriamo un tragitto e un itinerario, che sono il viaggio, mentre nell’ordine e nella sistemazione identifichiamo la metà, tranne poi, al termine del processo, ricominciare spostando in avanti l’obiettivo. Da qui l’irrequietezza come una ricerca perenne o forse una perenne insoddisfazione.

L’irrequietezza, dunque, è un sussulto, una fiammata, l’incontenibile appetito dell’esistenza, la brama della consistenza piacevole. Quello che ci distingue dagli animali: la noia della ripetizione. Qui, proprio qui, sorge l’inquietudine, la speranza della diversità, il brusio suggestivo e luminoso del nuovo. Quella meravigliosa ed attraente scoperta che qualcosa è diverso e potrà ancora, sempre, essere diverso.

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08/11/2007

Overdose

                                                 


Siamo una civiltà in overdose. Overdose di immagini, di informazioni, di parole, di amici. Succede troppo di tutto. Non sappiamo più che cos’è la calma, non abbiamo tempo, non c’è riposo, manca il silenzio. Nessuno è più abituato a rimanere zitto, al buio, senza pensare, per pensare meglio poi. Stiamo sfrecciando da tutte le parti, esattamente come il traffico, rincorrendoci a vicenda lungo queste strade provinciali della nostra esistenza: ogni tanto ci tamponiamo, ogni tanto ci sorpassiamo, molto più spesso non facciamo altro che strombazzare, mandandoci a quel paese a vicenda. Siamo automobili senza una meta davanti ad una strada diritta. Detto così potrebbe sembrare un viaggio ma il nostro non è altro che uno spostamento, un gioco infinito ai quattro cantoni.

L’overdose è interminabile, affollata, espansa. E’ come una nuvola da respirare. Siamo cervelli in cortocircuito, alienati nell’eccesso, sconfitti dall’accumulo, moribondi nella frenesia. E l’overdose è di computer, televisione, telefonate, è fatta di email, messaggi, chiacchiere, scambi di battute; si esprime negli appuntamenti, nelle agende, negli impegni, che ci danno, che ci diamo. Le scadenze che non esistono ma che per noi sono tutto. E’ l’overdose che diventa una luce, un fascio di colori, un trip allucinato d’astronauta in viaggio fantascientifico verso marte. E per di più, a dire il vero,  ancora non ci siamo fatti.

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25/10/2006

Anatomia della solitudine

Artisti, poeti e intellettuali insistono a dire che nel mondo “siamo inevitabilmente soli”. E’ l’esatto contrario: in questo mondo siamo inevitabilmente in compagnia. Troppa e rumorosa compagnia. Troppa gente, amici, feste, squilli di telefono, chiamate, impegni e appuntamenti. Saluti e conversazioni, quattro chiacchiere e risate. Abbiamo gente intorno in ogni momento della giornata. E non stiamo mai soli.
Oggi manca la capacità di vivere con noi stessi, non siamo capaci di bastarci. Cerchiamo sistematicamente un amico, un gruppo di persone, qualcuno che esca con noi, che ci dia retta, anche solo per passare il tempo, perchè “da soli” è brutto.
La vera solitudine è una condizione esistenziale definitivamente perduta. Ci spaventa troppo. E’ un sentimento difficile, che inquieta e indispone, un problema che va risolto, evitato o prevenuto.
Conseguenza: c’è una diffusa tendenza a riflettere sempre di meno, non si pensa, non si ragiona. La compagnia assillante e la partecipazione di altri ad ogni nostra attività c’impediscono quell’intimità feconda che tesse i pensieri.
Ci troviamo davanti all’esigenza frustrante (e forse innaturale) di socializzare a tutti i costi, di conoscere sempre nuove persone, per inseguire esperienze diverse, che andrebbero provate anche dentro la propria coscienza, ma soprattutto c’è la perdita di quello che potremmo dire un “senso delle sensazioni”, che finiscono così per frantumarsi e divergere, infrangendosi nella compagnia molteplice dei soggetti con cui siamo continuamente in relazione.

Un uomo solo, forse, è troppo pericoloso per sé stesso, una mina vagante. L’uomo, da solo, pensa e ripensa a quello che fa e che ha fatto, si analizza, cerca di capirsi, e per questo rischia di affondare nell’angoscia di terribili scoperte, nella rivelazione di meccanismi che solo un comportamento rumoroso e indaffarato gli tengono nascosti.
Chi è solo ha paura, prende il telefono e cerca un amico, per raccattare un’idea, un invito ad uscire. Chi è solo si annoia, precipita in fondo al baratro della tristezza. Prendete la gabbietta e guardate un uomo rimasto solo. Gira di qua e di là, intimorito, goffo, indeciso. Ha paura di guardarsi dentro. La verità è questa: siamo tutti malati mentali. Per fortuna nell’ultimo secolo hanno inventato la televisione.
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24/10/2006

Requiem per la gratitudine

C’è ancora gratitudine ? No è morta, definitivamente. Scomparsa dalla faccia della terra, con il suo folto seguito di benevolenza, disinteresse e ingenuità. Oggi il servigio è merce di scambio, prodotto di largo consumo che deve essere restituito. Oggi un favore non si regala, si presta; l’aiuto non si accetta, con quell’emozione da cui trapelava un forte significato simbolico, no, al contrario, l’aiuto si raccoglie, con la freddezza e il distacco di chi certo ringrazia, ma che sarà poi pronto, alla prima occasione, a rendere il dovuto, magari con la ricompensa adeguata di uno spettante interesse.
Nella nostra società il gesto disinteressato di qualcuno che ci scampa dal tracollo, quell’intervento in forma di soccorso che ci farà essere orgogliosi di aver avuto un amico, è un accadimento marginale, un sasso nella pozza dei feroci egoismi collettivi.

Un tempo la gratitudine poteva essere di natura materiale, poteva cioè avere la sostanza di un prestito, la praticità di un consiglio appassionato e coinvolto, oppure poteva anche essere rappresentata semplicemente da un’emozione, dalla partecipazione alla sofferenza e alla difficoltà, dunque costituita dalla comprensione e dalla nobiltà d’animo di chi aderiva al nostro caso.
Oggi la gratitudine si pesa alla bilancia del ricambio, addirittura la si sente come un fardello di cui sdebitarsi al più presto. Abbiamo perso il significato autentico di solidarietà, che nel frattempo è diventata volontariato, e soprattutto si è perduta l’umiltà gioiosa di chi accettava a mani aperte il beneficio. Colui che offre ha il suo tornaconto e colui che riceve cerca di trarne il massimo profitto.

Non c’è più sentimento dietro la mossa dell’uomo. L’istinto è quello della conservazione, la tutela dell’interesse e della proprietà, la protezione dell’orto di casa. E l’uomo si dispera perché non capisce dove da dove provenga tutta quella sofferenza che nei suoi calcoli doveva essere felicità della solitudine. Rinchiuso nel suo giardino l’uomo guarda fuori, ai forestieri, nell’attesa che qualcuno lanci verso di lui un sorriso senza malizia, un sorriso non furtivo.

Così anche il dono si è mercificato, come la carità nel cestino dei miserabili, che ha il compito di appagare il bisogno dell’uomo di sentirsi buono e meritevole di cristiana salvezza. Il dono ha preso le vestigia di un trasferimento di beni, quasi un bonifico di proprietà, mentre la questua è divenuta la tassa che l’uomo paga volentieri per ripulire e profumare la sua coscienza arrugginita.
In questa ottica il soccorso viene trascinato nel campo del dovere (e non in quello della buona azione), avvicinandosi sempre di più alla logica del vantaggio ipotecato, per la quale anche noi, ad un certo punto, potremmo aver bisogno di un pio comportamento morale, di un salvataggio miracoloso o semplicemente di una pacca sulla spalla.

Infine, concedere al benefattore, chiunque esso sia, la nostra gratitudine, rappresenterebbe una celebrazione delle sue qualità, una forma di sottomissione volontaria. Invece in questa nostra società vigliaccamente dedita all’incasso, al successo, all’introito personale, il riconoscimento dell’altrui “vittoria”, dell’altrui favore, è ormai considerato un inchino. E nessuno, dico nessuno, è disposto ad ossequiare gli avversari, perché il mondo è fatto di avversari.

Morta dunque la gratitudine, a meno che non sia di maniera o perlomeno interessata.

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08/10/2006

Metallized

I sessanta erano gli anni della formica, dei colori pastello. Nei settanta andava di moda la plastica, con tonalità più forti, alla Swinging London, roba di modernariato che oggi vedi nei mercatini. Oggi siamo nell’epoca in cui va forte il grigio, il metallo, il color acciaio. Automobili, elettrodomestici, giacche, cucine, mobili. L’high tech, insomma, il design. Il metallizzato, il fumo di londra, il grigio chiaro. Forse perchè richiama l’idea dell’acciaio, del ferro, della robustezza, del materiale che non si piega e non si spezza. Forse perché nella nostra era c’è bisogno di questa eroica e portentosa immagine di forza. Oppure perché il grigiore è un colore di mezzo, una mediocrità che non prende partito, che non sta né da una parte né dall’altra ? Come la pensi tu ? Mah, c’è sempre una via di mezzo.

Macchine fotografiche, penne a sfera, lampade da tavolo, orologi, è tutto uno sprecarsi di “silver”, di argento, di acciaio vivo. La fredda superfice del metallo che rassicura, che profila duramente la propria augusta personalità. Forte, robusto, inossidabile, una materia che quasi rappresenta l’invincibilità, che dura e perdura nel tempo. L’idea della supremazia e della vittoria. Il concetto della sopraffazione. Dal colore al bisogno di antagonismo. Il metallo, così come avvenne in una società primitiva, rappresenta ancora oggi l’idolo della specie, la forgiatura dell’arma, che non è più spada, freccia o ascia, ma più semplicemente oggetto che rappresenta, che si esibisce, che di noi, uomini, manifesta.

In una società delle apparenze i toni delle cose ci investono e ci rivestono fornendo alibi e atmosfere. Il legno era per prima, adesso, signori, siamo nell’industriale. E metallo per l’industriale sia, in tutte le sue declinazioni, anche quelle di plastica riverniciata a sembrare acciaio. Vi siete mai chiesti perché non si vede una BMW azzurra ?

 

 

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05/10/2006

Ode al telecomando

Grazie a te magnifico rettangolo, piccola scatola magica che ci consenti di rimanere seduti. Grazie a te eccellente amico che impartisci i nostri ordini all'esercito delle cose di casa. Grazie a te magico oggetto della comodità e dell’onnipotenza da poltrona, per tua intercessione accendo il forno, rallento la lavatrice, cambio canale, cucino il pesce, abbasso le tende, spengo la luce, scaldo il letto e modifico la mia voce. Attraverso di te digito e controllo, esercito il mio influsso e la mia autorità.
Grazie a te le mie dita sono più veloci e il mio culo più grosso, le mie serate più frenetiche e i miei occhi sbarrati. Grazie a te, un giorno, governerò il mondo. Grazie a te non devo più alzarmi dal divano e quando mia moglie rompe alzo il volume per farla stare zitta, così torna di là a stirare. Grazie a te, un giorno, saremo la stessa cosa, sarai me e io sarò te. Forse vicino all’orecchio, oppure al posto del fegato, magari intessuto sul dorso della mano. Grazie per aver inaugurato l’era in cui l’uomo, cioè io, sarò felice, nell’etere e nel nulla, per sempre e per sempre.
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