Manichini

Non è colpa mia, urlò Dio squarciando il cielo. Tutti questi stronzi non erano previsti.
22/04/2009

Nudo spazio bianco per ingenui finti-provocatori

Leggo da qualche parte che è in uscita “Nudo”, un nuovo libro, con tanto di codice ISBN, prefazione e poi solo pagine bianche. E' in vendita a cinque euro, pubblicato dalla casa editrice Giovane Holden (già tutto un programma).

“Nudo” è la metafora del “non c'è più niente da scrivere tranne scrivere qualsiasi cosa”. Gli autori sostengono che “chiunque vi legge ciò che vuole”, parlano di provocazione ma anche di invito alla riflessione, cioè l'adagio classico delle operazioni che si nascondono dietro il paravento dell'artisticità. La scusa notoria di chi s'inventa un significato quando sa benissimo che l'oggetto ha poco o non ha alcun senso.

Che cos'è allora o, meglio, che cosa dovrebbe essere “Nudo” ? Forse un diario, magari un taccuino oppure l'invito alla scrittura ? Il libro bianco, anzi il libro “nudo”, non è altro che l'ennesima testimonianza dell'incapacità di produrre nuovo senso, è la palese ammissione dell'odierno corto circuito creativo, che si ripete, rivisita, riedita, e finge di produrre non facendo altro che citare, amalgamare e ricombinare.

Questo perchè siamo piombati, per nostro eccesso di entusiasmo, dentro un'universo ingorgato di segni che si calpestano e si schiacciano a vicenda. “Nudo” è dunque il modo di certificare una scoperta attualissima ma già vecchia nel modo più ingenuo possibile, dove per non commettere alcun errore non si afferma nulla, s'incornicia il vuoto e si lascia spazio al tutto. Nemmeno Barthes, forse, avrebbe azzardato tanto, ben sapendo che andare oltre la teorizzazione si sfora il grado zero dell'ingenuità comica.

Non c'era bisogno di farlo presente, “nudo” vorrebbe annunciare e sentenziare l'infarto della comunicazione. C'è talmente tanta polvere in giro che qualcuno non trova di meglio che offrirci una gabbia di vetro dicendo che dentro c'è aria pulita. Ma che bravi. Soprattutto, originali. L'ennesima parola “fine” mascherata da silenzio, quando l'unica cosa da fare sarebbe tacere per davvero. Non ditelo, perchè tanto lo sappiamo tutti.

Mi chiedo: ma c'era davvero bisogno di questa provocazione ? Ma che cosa provoca poi ? Nell'epoca delle parole solubili sciolte in bicchiere o frullate ovunque dentro qualsiasi media, spazio o contenitore, io, per esempio, non mi sento affatto provocato, tutt'al più mi sento spazientito.

Ben venga, comunque, tanto per parlarne forse non ci sarà nemmeno bisogno di comprarlo.

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12/02/2009

Il nuovo Far West italiano

Cinese violenta amante e si uccide; Ansa - Prato, 11 Feb
Camorra: uccisi due uomini del clan Moccia: Ansa – Napoli - 11 Feb
Grave Uomo Avvolto Dalle Fiamme, Forse Suicidio; Adn – Roma 11 
Sparatoria nel Parmense, un morto; Ansa - Parma -10 Feb
Rapine in villa: spara il padrone di casa, ucciso albanese; Ansa - Caserta - 10 Feb

Regolamenti di conti, litigi, rapine, gelosie, se non è far west questo, ditemi che cosa ci vuole. La gente perde la testa e spara, litiga e spara, tenta di rapinarti e, giustamente, viene sparata. Le pistole sono tornate ad essere l'unica vera argomentazione, proprio come nei film di cow-boy. Al posto dei cavalli abbiamo le automobili, invece del cinturone la fondina, dentro la giacca o nel risvolto dei pantaloni. Non ci sono i saloon ma noi abbiamo i bar, non ci sono gli whisky bevuti d'un fiato ma ci sono le tiratine di coca fatte di strafogo, piegati sul sedile, con la puzza gas di scarico che fa un po' d'atmosfera.
Il prete, come allora, passa a benedire, ogni tanto suonano le campane e il becchino non arriva più con il carro, oggi no, c'è l'ambulanza, che consegna il cadavere dritto dentro la bara. L'obitorio, più o meno, è sempre uguale. Gli sceriffi non hanno la stella ma portano ancora gli stivali mentre le vecchiette si girano dall'altra parte spaventate, proprio come facevano in Arizona. Sotto il porticato (da noi davanti ad una vetrina) gli uomini che non hanno le pistole, o ridono o si fanno il segno della croce. Quando ne avranno bisogno, le armi, sapranno dove procurerarsele anche loro.

Ditemi voi se questa Italia non è meravigliosamente da Far West. C'è soltanto una cosa: noi non abbiamo quegli scenari panavision mozzafiato, qui da noi ci sono i capannoni, i concessionari e le villette a schiera, e in più la polvere non ha la poesia delle piste battute dai cavalli, qui da noi è il
catrame che si frantuma.
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05/02/2009

Paradossi. San Valentino. Fioristi contro l'Unicef

TORINO, 5 FEB - Fiori a San Valentino? Si', grazie. L'associazione dei fioristi torinesi aderente all'Ascom si ribella alla campagna promossa dall'Unicef: 'Rose rosse? No grazie. A San Valentino quest'anno regala qualcosa di speciale alla persona amata'. Fra i regali suggeriti ci sono coperte di lana e alimenti terapeutici per bambini dei paesi in via di sviluppo.

Quando la ragione del commercio e del denaro prevalgono sul buon senso comune. Capisco i commercianti che in quel giorno mettono sicuramente “a segno” il più bell’incasso dell’anno, capisco l’associazione, che difende i suoi associati, però, perdonate, forse si poteva mostrare più sensibilità e magari non contraddire così apertamente, frontalmente, un’iniziativa dell’UNICEF tutto sommato giusta. Chi può dire di no ? E’ meglio regalare un fiore o un’opera di bene ? Ho come l’impressione che nella bilancia del buon senso ci sia qualcosa che pende dalla parte sbagliata. Succede spesso, ultimamente, a noi ‘taliani

Anche perché, non me ne vogliano i fiorai, che ammiro, stimo e se potessi tutelo, certe bellissime orchidee sono ancora “più” bellissime nei prati, un po’ in meno in vaso, dove qualche giorno dopo son destinate a chinare il capo e rinsecchire. E le rose ? Il capolavoro della natura ? Non son forse stupefacenti, le rose, quando sono attaccate al roveto ?
Il mazzo di fiori alla fin fine è come un pacchetto, un involucro, un contenitore. Mette in scatola il gesto, un idea, la vaga partecipazione. Soprattutto è un luogo comune spaventosamente convenzionale. I fiori per dire qualcosa. Ma che cosa poi ? Dillo, se hai qualcosa da dire.

Paradossalmente, regalare fiori è come regalare un’animale impagliato, anzi peggio, un animale vivo destinato ad impagliarsi da solo. Lungi da me fare l’animista, o portare all’estremo un’ideale bucolico di panismo sfrenato (la natura è bella solo in natura ), però questa cosa dei fiori recisi, imbottigliati e chiusi col fiocco, non lo so, è come se bevessi un chianti e mi rimanesse il gusto di cedrata.

San Valentino. Ciao, ti ho portato un mazzo di fiori. Oh, grazie, bellissimo, profumatissimo, delicato, che meraviglia che sei. Uhm. Eppure, così stretti, tagliati, plastificati, queste meravigliose rose sembrano di polipropilene. Le rose di plastica del “Amore, ti amo”.
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categoria: fiori, societĂ , abitudini, stereotipi


01/02/2009

Sul volume alto della pubblicitĂ 

E’ il vecchio discorso dei cani di Pavlov, un po’ alla lontana certo, e non così platealmente, ma senza dubbio almeno nelle intenzioni e nel progetto degli ingegneri comunicazionali, gli scienziati mercatanti, quello, dicevo, di darci una bella scossa di volume quando cambiano le immagini dal programma che stiamo guardando alla pubblicità. Sei seduto davanti al quiz, al telefilm, alla partita ? Pubblicità, boom: prima sentivi piano adesso sei davanti alla cassa di un concerto live. Giusto per svegliarci dal torpore del divano, dall’imminente sonno o magari per toglierci dalla testa quei nostri parzialmente inutili e bitumosi pensieri. Insomma. Vogliono che rizziamo le antenne, non siamo forse formiche ? Chi di voi non ha almeno una volta afferrato con rabbia il telecomando, dicendo ma che succede ? Che diavolo è ? Abbassa quel volume ! Per poi mettere tutto a zero, stop, fine, spegnieccheccazzo, fiuuuu, che bello il silenzio. Meno male che ogni tanto lo riscopriamo.

Sono veramente stupidi, quelli del marketing: non hanno ancora capito che così ottengono l’effetto contrario. Come può pretendere lo scienziato della vendita, l’alchimista mediatico d’emozioni&aspirazioni&sentimenti, il mefistofele ridacchiante del “te lo faccio comprare io”, come può, dicevo, pretendere di corteggiare la nostra attenzione, suaderci, lisciarci, avere distillate le nostre fusa, se le uniche reazioni in noi, tele-aspettatori, sono, nell’ordine: stizza, risentimento, compassione (per il trucco) e distacco (nel senso che sì, han ragione, meglio fare altro che la televisione…) ?

Certo non tutti ragioneranno così, ma si sa, ne bastano pochi, poi verranno gli altri.

Tralasciamo pure il fatto che in un paese civile il volume della pubblicità dovrebbe ABBASSARSI, e notevolmente, rispetto al volume del programma che interrompe. Ma certe speranze, almeno in questo decennio, qualcuno ormai le ha decisamente abbandonate.

E meno male che la Tv è sul viale del tramonto, meno male che tra pochissimo tempo saremo noi a decidere tutto, e non solo l’audio; perché se malauguratamente fossimo rimasti ancora dipendenti da questo  binario catodico-digital-satellitare, finiva che ci sbatacchiavano le orecchie non solo con la campanella, finiva che spuntava dal televisore una fantasmagorica mano 3D in grado ti spararti una botta in testa. E Invece, e per fortuna, il nostro mondo, col suo progresso, gira più veloce dei cervelli a rotelle in brainstorming permanente; gira più veloce, la rete, della persuasione fatta clava. Ad ogni modo, io, una mazza da baseball vicino al divano me la tengo sempre. Non si sa mai. Oltre che tenere l’audio sparato a zero: le partite di calcio sono meravigliose e sono più interessanti anche i telefilm.

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05/12/2008

Santa Gazzetta

C’è un tizio del mio bar che ogni giorno legge tutta la Gazzetta dello Sport riga per riga, articolo per articolo, fino all’ultima pagina. Ci mette un paio d’ore, mi dicono, naturalmente a più riprese, smollando il giornale a chi sbuffa quando proprio non può farne a meno. E’ chiaro che non ha nient’altro da fare. Non è giovane, non è vecchio. Non è in pensione.  Ma la cosa più interessante, però, è che quando ha finito semplicemente si alza, non saluta, ed esce. Uno di questi giorni gli chiedo per che squadra tifa, così, tanto per saperlo.

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27/11/2008

Anti-Manichini: quando gli uomini sono vivi

Imprimeva l'orma del sedere sulle vetrine: arrestato

Appoggiava il deretano sui vetri - Oggi chi vuole lasciare il segno della propria identità lo fa con le chiappe. A Valentie in Nebraska, riferisce l’Associated Press, un uomo di 35 anni di cui non si conosce il nome, è sospettato di aver lasciato impressa l’orma del suo sedere sulle vetrine dei negozi, e le finestre di chiese e scuole. Nottetempo e nella stagione calda, per ovvi motivi, si spalmava della vaselina e appoggiava il didietro sulle vetrate lasciando la forma chiara.

Lo ha fatto per mesi - Un’attività che ha portato avanti per due estati e che ha causato notevoli seccature ai commercianti della città, e agli addetti alle pulizie, costretti a pulire e sgrassare i vetri troppo di frequente. La cosa doveva divertire parecchio l’uomo visto che in una sola notte riusciva a lasciare talmente tanti segni da far pensare alla polizia di essere davanti a un’azione di gruppo. Ora però dopo le indagini ritengono che l’”artista” sia uno solo, proprio l’uomo che hanno arrestato. (Da Tiscali Notizie)

E' un modo come un altro per lasciare il segno, per rivendicare la propria libertà ? E' forse una forma d'arte ?  Oppure semplicemente uno scherzo, una burla ? Sarebbe interessante sapere se il "nostro uomo" è assolutamente sano di mente oppure non completamente al suo posto. Ma, alla fine, che differenza fa ?  Un bel personaggio, non c'è che dire.

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categoria: storie, satira, vita reale, peraonggi


19/11/2008

I maiali hanno gli occhi azzurri

Sto per fare un discorso improbabile, ma non è patetico e non vuole essere di moralismo animalista. E' una semplice osservazione. Vi siete mai avvicinati ad un camion per il trasporto degli animali ? Mi è successo qualche giorno fa. La prima cosa che ho visto è stato un maiale con gli occhi azzurri. C’erano molti suini, grandi e grossi, come siamo soliti immaginarli, tutti ammassati uno contro l'altro, stretti in uno spazio di tre metri per dieci. Grugnivano disperati con quel loro verso stridente e improvviso, un rantolo soffocato che aspirano verso l'interno. Molti giravano su se stessi e cercavano un'improbabile via di fuga. Qualcuno di loro aveva gli occhi scuri, qualcuno gli occhi verdi, quello che ho guardato in faccia io aveva gli occhi azzurri. Trasparenti e profondi, come quelli di una biondina o di un ragazzo norvegese. Si è arrotolato spingendo gli altri, ha cercato scampo a destra e a sinistra, poi è rimasto lì a fissarmi attraverso le sbarre. Mi vedeva, certo, e soprattutto stava pensando a qualcosa. 
Ora, chi mai ha visto da vicino i maiali, cioè dal vero, sa che sono decisamente brutti, sporchi e anche abbastanza ridicoli, con quelle gambe corte, sottili, montate su di un corpo enorme, nemmeno rotondo ma rigonfiato e ovale, con la testa poderosa e il collo indistinto, ma, soprattutto, con quel loro muso schiacciato e i due fori del naso che hanno decretato la fama grafica e l'iconografia di questo bizzarro animale. I suini (altro, chissà perchè, orribile sinonimo), poi, sono ricoperti di peli, sparsi qua e là sopra una pelle innaturalmente rosa, e sono per lo più ricoperti di mosche. Per ultimo, puzzano da morire. Tutto vero, ovvio, risaputo.
Ma forse, proprio in virtù di questa loro goffa fisionomia, della loro ridicola conformazione, in definitiva, per via della loro bruttezza colorata a pastello rosa, sono diventati “simpatici” protagonisti di molte storie, dalle favole alla letteratura, dal cinema alla televisione. In pratica il maiale è forse così ripugnante, dal vivo, che abbiano sentito il bisogno, in qualche modo, di risarcirlo, esorcizzandone la detestabilità e riesumando invece la sua versione gradevole, divertente. I maiali, solo per fare un esempio, piacciono molto ai bambini.
Eppure non pensiamo, facendone dei personaggi, che diventano i nostri prosciutti, gli insaccati e molto altro per le nostre gozzoviglie. Fin qui tutto normale, cioè, mica tanto, eppure quanto basta per l'ovvia e ormai connaturata, fisiologica, ipocrisia dell'umana società moderna.
Qualcuno potrà sorridere ma vi invito a farlo, quando mai capiterà: guardate in faccia un maiale (ma può funzionare anche con una mucca o con un tacchino), guardatelo negli occhi, fermatevi a scrutare quello che ha in mente, come di solito si fa con gli altri esseri della nostra specie. Soprattutto cercate di vedere di che colore ha gli occhi. Capirete che cosa voglio dire. Guardatelo negli occhi e vi accorgerete che sta pensando a qualcosa. Credo che serva molto di più di un qualsiasi discorso animalista. Per quanto mi riguarda c'è una cosa che ha continuato a frullarmi per la testa, se quel maiale con gli occhi azzurri fosse  un “uomo” o una “donna”.
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categoria: ecologia, societĂ , stereotipi


18/11/2008

Ringtone

Avete mai provato a non rispondere ad un telefono che squilla ? Cioè, intendo, che sia quello di casa o un cellulare, quando sentite il trillo, beh, disenteressarsi e far finta di niente. Non leggere nemmeno il nome del chiamante. Aspettare. Rimanere in silenzio per trenta secondi o per due minuti, finchè non smette, fino a quando non avrà finito. Zitti, senza muoversi, lasciando il campanello a gracchiare nella stanza, fino al punto in cui la persona dall’altra parte non vi cerca più.
Perché diavolo devo rispondere, ti chiedi. Adesso non ne ho voglia. Devo proprio parlare con qualcuno ? Per quale stramaledetta ragione un campanello deve farmi alzare da qui, sollevare una cornetta e dire pronto, parlate pure ? Perché mi avete interrotto ? Qualsiasi cosa stessi facendo, dal puro nulla sul divano allo sguardo perso lungo una pista di formiche, che io stessi piantando un chiodo o accendendo la lavatrice, non ho forse il diritto di preservare la mia continuità ?
Ebbene, come essere pensante, rivendico il desiderio della ferma volontà di non reagire ad un impulso. Drin ? Chissenefrega. Per qualche oscura ragione non rispondere al telefono dà una straordinaria sensazione di libertà. Non sono mica un circuito integrato, per dio.

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categoria: comportamento, societĂ , abitudini


29/10/2008

Le mummie calcificate del XXI secolo.

Ritrovate, parzialmente intatte, alcune preziosissime mummie di uomini del XXI secolo. L'eccezionale scoperta è dovuta ad un'equipe di ricercatori che stanno scavando nei pressi delle rovine interrate di un paleocentro-commerciale risalente all'anno 2008.

Mummia di commessa. Indossa una minigonna, ha le gambe storte ed è caratterizzata da eccessiva magrezza. Mastica un chew-gum, rimasto incastrato nei molari, porta i capelli tinti di una strana colorazione rossastra e ha enormi seni, probabilmente di natura chirurgico-siliconatoria (ciò stimato in relazione alla corporatura). Bocca larga e trucco pesante, molto simile alla mummia della prostituta ritrovata nei pressi. Gli arti inferiori presentano una curiosità: benchè il reperto sia originario del Sud Italia, appare un tatuaggio in dialetto gaelico delle Shetland. Varie ipotesi sono in corso di studio. La lingua presenta invece due piercing, un taglio e diverse sopravvissute colonie batteriche con ogni probabilità originate da frequenti e multipli scambi salivari. L'esemplare è molto importante per lo studio dell'evoluzione socio-culturale della vetrina e del negozio.

Mummia fossile di rappresentante (agente commerciale). Con una mano risponde al telefonino, con l'altra si gratta il culo. Gli scienziati hanno identificato quello che potrebbe essere il suo corredo funebre o forse un campionario di lavoro: una valigetta, una bustina di polvere bianca sconosciuta, un'oggetto non identificato con scritto “Frullatore” e una penna a sfera, mai usata.

E' vestito con pantaloni, giacca e cravatta in tinta. Il fossile è di profilo ma si può notare l'ampia volta dell'addome (eccessivo consumo di grassi), i glutei cadenti, la calvizie incipiente e la dentatura ingiallita dal tabacco. I paleontologi annotano un parziale restringimento dello spazio cerebrale, del testicolo sinistro e una misteriosa mancanza del pene.

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14/10/2008

La Porsche Elettrica. Il lusso diventa ecologico.

Cade un tabù. Nel 2009 la prima PORSCHE ELETTRICA.

(ANSA) - ROMA, 13 OTT - Sara' in vendita l'anno prossimo la prima Porsche elettrica. Lo rivela il settimanale tedesco Wirtschaftswoche. L'auto, una 911, e' stata sviluppata in collaborazione con la societa' Ruf Automobile. Del peso di 1.910 kg, di cui 550 per le batterie a ioni di litio, avra' prestazioni da sportiva, anche se distanti dalle sorelle della casa di Stoccarda, con velocita' massima di 225 km/h e accelerazione da 0 a 100 in meno di sette secondi. Prezzo tra 150 e 180 mila euro.


Saranno i tempi della crisi economica ? Sarà  il dovere di “sposare” una crescente nicchia di mercato che santifica l'ecologismo, almeno nell'intenzione ? Sarà che la Porsche elettrica forse farà molto notizia ? Ogni ragione è valida.

La porsche “elettrica” rappresenta in sé un bel gioiellino di paradosso della nostra epoca e testimonia ancora una volta la fisiologica discesa al compromesso del marketing e del mercato. Da ogni parte la si guardi questa notizia funziona da piccolo shock, da elemento di rottura, e per questa ragione va sottolineata con un sorriso d'ironia, con una smorfia di dubbio e pure con un certo minimo sospetto.

Del resto, credo che in Italia non la venderanno per almeno per ventanni. Qualcuno ha dei dubbi ? Crediamo forse noi, popolo e civiltà, gli italiani, di essere pronti a coniugare e digerire due estremi così eccentrici e dirompenti come il lusso e la cura per il pianeta ?
Pare che gli altri, tedeschi per primi, stiano già superando gli stereotipi motoristici del secolo scorso, quei clichè e schemi che si organizzavano sempre, guarda caso, intorno al concetto di Status Symbol, benzina e velocità. Noi italiani siamo lontani dall'averlo superato. Una Porshe in cui non si sente il “rombo del motore” ? Una porsche che fa “solo” i 225 km/h ? Ma va, in Italia ?
Ecco perchè pochi italiani (forse nessuno) saranno disposti ad attaccare la Porsche alla presa di corrente, come l'aspirapolvere o le auto del comune. 

Lusso e velocità non potranno facilmente fondersi, in Italia, con una sincera e rispettosa voglia di fare i bravi con la madre terra. Tra ventanni, forse. E mi aspetto anche, per allora, almeno una Maserati a GPL e una Ferrari a Metano.

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categoria: ecologia, auto, societĂ , stereotipi


13/10/2008

Oroscopo metropolitano

Domani meno coda del solito, è probabile che troverai i semafori tutti verdi, prendili d'infilata, non ci sono pattuglie nei paraggi. Abbi fede in Saturno, nell'orbita d'Urano, che protegge da telelaser e autovelox, da autoritari poliziotti incazzati e da rigorose vigilesse oversize. 

Gas di scarico e PM10 nella norma, cioè l'equivalente di mezzo pacchetto senza filtro, soltanto qualche colpo di tosse. Oggi il rischio tumore è intorno al 45%.

Arriverai in orario, troverai il parcheggio e il cappuccino del tuo bar sarà cremoso il giusto, dosato bene e alla perfetta temperatura di 55° (131 fahrenheit), così come certificato dall'Inei (Istituto Nazionale Espresso Italiano). Il vecchietto che legge il tuo giornale oggi ha l’otite: mollerà subito dopo la prima pagina. Rimani in agguato.

Amore. Tua moglie telefonerà soltanto due volte e non prima della pausa pranzo.

Lavoro. Il tuo direttore è calmo, in gergo astrologico diremmo “sfogato”, perché torna dalle Maldive, è abbronzato ed ha sulle spalle qualche romantico accoppiamento in più.

Ascolta pazientemente i suoi resoconti, fai qualche volta di sì con la testa e non lo contraddire quando parlerà della sabbia, “liscia e bianca”, dirà, come borotalco. Ricordati: adora essere ascoltato. Parlerà delle aragoste e dell'acqua azzurra: conta fino a centoventicinque, dovrebbe aver finito.

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11/10/2008

Il merlo ammaestrato

Alla finestra del secondo piano un vecchio. Sta appoggiato sul davanzale con il mento tra le mani e ogni tanto muove la bocca come per sistemare una dentiera. Un merlo è appollaiato sulla sua spalla, saltella da una parte e dall'altra, quasi sempre senza cambiare posizione, e a tratti, con il becco, si pulisce la coda. Il vecchio guarda fuori in silenzio. In cielo un treno merci di nuvole non sa da che parte andare.
Poi giù nella via arriva una grossa macchina, di quelle moderne, grandi come un furgoncino, e rallenta per cercare un posto dove parcheggiare. Il vecchietto si leva in piedi, si gratta la barba, e porge all'uccello la punta delle dita. Il merlo fa un grido e poi monta sulla mano che subito lo accompagna fuori. Vai piccolino. Spicca un balzo, fa due giravolte, ha capito. Vola dritto in mezzo ai palazzi, sopra la macelleria, di fianco all'edicola, poi fa un breve tuffo verso il basso. Quando è sopra la grande automobile, cinque metri da terra, molla un confetto colorato che si spiaccica sul parabrezza. Un tonfo. Poi l'uccello vira, s'impenna, sbatte le ali e risale verso i tetti.
L'uomo alla guida si blocca incredulo. Un enorme merda (si può dire merda?), un enorme pasticcino alla Gadda, verde e giallo, gli ha infangato completamente il vetro. Esce, guarda in alto, dice qualcosa che nessuno sente o capisce. E che non importa. Risale in macchina e parcheggia scuotendo la testa. Intanto il merlo ha superato i tetti, i camini, le antenne e adesso torna lentamente verso il basso, con ampi cerchi che gli fanno tremolare le ali. Non vola, semplicemente scende. In un attimo raggiunge la finestra e atterra sulla spalla. Il vecchio sorride e muove la bocca per togliersi qualcosa dai denti, poi gli carezza la testolina e apre il palmo della mano. Dentro ci sono alcune minuscole briciole di biscotto.
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16/07/2008

Profilo psicologico dell'automobilista sportivo

Ovvero le dieci cose preferite dall'automobilista velocista.

1) Arrivare lanciato in una chicane composta da: una barriera trasversale indicante lavori stradali, un vecchietto che attraversa le striscie pedonali, un bambino che raccoglie il pallone sul bordo della strada.
La velocità di crociera del "velocista" è stimata intorno ai 130 chilometri orari, in centro abitato. A circa trenta metri dall'ostacolo 1 comincia la staccata, inchioda, sterza, infila l'ostacolo 2 sulla sinistra e schiva, controsterzando su due ruote, l'ostacolo 3. A questo punto dopo una fumante strisciata con stridore di gomme a decibel novantatre, il velocista scende e con tono calmo pronuncia la seguente frase: Meno male che c'ero io, un'altro vi avrebbe centrato in pieno.
Se ne va senza salutare, orgoglioso di sé, che il mondo è tutto di raccomandazioni, altrimenti, a lui, il pilota da Rally gli facevano fare.
Lo consola il fatto che, come sempre, ha avuto ragione a voler frequentare quel corso di guida sportiva da 5000 euro iva esclusa.

2) Vorrebbe installare sulla sua Panta GT 16v il volante originale della Ferrari F2004 comprato su Ebay oppure avuto attraverso un cugino che conosce un meccanico che saltuariamente lavora per un ingegnere che ha fatto uno stage a Maranello.

3) Vorrebbe comprare un'alettone posteriore che compete in ampiezza con l'ala di coda di un Mig. Ma non lo fa, è troppo scontato.

4) E' un maestro nel risalire la colonna. In particolare predilige la manovra perfetta, in gergo denominata “sorpasso a fisarmonica”. Può contemplare da tre a dieci vetture, oltre le dieci vetture non è mai sopravvissuto nessuno.
Trattasi di una delle pratiche preferite e più suggestive per l'orgoglio dall'automobilista sportivo. E' un capolavoro per dinamica, geometria e tempi di svolgimento. In sostanza il movimento di uscita e di rientro compone un'onda ritmica con cui si comincia a superare la prima autovettura in colonna, poi immediatamente si rientra, schivando il tram che arriva di fronte, quindi si esce ancora infilando la seconda vettura per rientrare in tre secondi netti, sfiorando il paraurti posteriore della macchina numero tre. L'operazione si ripete fino a che non si ritrova la strada libera davanti. Quando la corsia di sorpasso è vuota la manovra si dice a difficoltà uno, quando è impegnata da trattori, furgoncini e utilitarie donna-guidate, la manovra può raggiungere difficoltà via via maggiori, secondo la scala “Corradini”.
Quel Toni Corradini che, lungo la via Emilia, in prossimità di Bagno, avrebbe portato a compimento un “fisarmonica” completo, con tram, apecar in doppia fila e betoniera. Trattasi di variazione con difficoltà massima di grado cinque che, pare, fu eseguita una volta sola totalizzando sette conducenti incazzati neri, un mini-tamponamento e due denunce.
(continua…)
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15/07/2008

Eros e Loris 0.8

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30/06/2008

Ultima moda. Il tatuaggio braille.

Tra i ragazzi più giovani e più marcatamente aggressivi o trasgressivi, va diffondendosi una moda che arriva dal Canada artico: il tatuaggio Braille. Inciso sotto pelle, puntinato, a matrice o reticolato, anche nella versione Telegrafo o nella versione Morse, il tatuaggio di questa fattura sembra piacere ai ragazzi e alle ragazze, che adorano percorrerlo con le dita alla ricerca del significato. Alcuni intervistati dicono: “è una figata pazzesca”, “vale la pena provarlo”, “non ce l'hanno in tanti”, “fa un po' male ma è molto sexy”.
Tecnicamente il tatuaggio viene eseguito ponendo sotto pelle una placca di metallo intercambiabile, da qui il nome “Iron Braille”, di cui esistono in commercio svariate versioni, che danno così la possibilità di cambiare frase o messaggio. Dalle tradizionali “Ti amo Maria” alle più cattive “Fuck the world”, da “Gesù ti vuole” a “Non pago le tasse”, fino ad arrivare alle più svariate e plurime manifestazioni d'irriverenza, di avversione, di comunione, di auto ed etero celebrazione. Chi si fa tatuare il nome della moglie o della figlia, chi l'antesignano reggimento di leva, chi una fittizia serie di numeri di cella, reato, anni di pena, chi invece propende più prosaicamente per la sua retribuzione annuale lorda o per il numero di rapporti sessuali effettivamente conseguiti, ovviamente aggiornabile on the hour.
C'è poi tutta un'altra categoria di appassionati che mette frasi ad effetto, prese dai più eclettici autori: il mondo è mio, io e te trecento chilometri sopra il cielo, fatti non foste per vivere senza soldi, la fossa siamo noi tutto il resto è un buco.
Infine c'è chi si fa installare interi libri: dal “Mein Kampf” al “Manifesto” di Marx, dalle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” all'intero ciclo, tradotto in più lingue, del “Signore degli Anelli”.
Insomma, quest'anno imperversa la moda del tatuaggio Braille. L'esperto di cultura, mood and cool e big-trend che abbiamo interpellato spiega che “è un modo come un altro per esserci, comunicare ed apparire”. Il nostro guru avverte che per la moda dell'anno prossimo i segnali sono già molto chiari: congiungere con un raggio laser i diversi nei sulla pelle, interpretandoli astrologicamente come costellazioni.
postato da trippete alle ore 04:15 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: satira, comportamento, societĂ , abitudini, stereotipi


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Sono un terrorista che non spara, un eretico senza religione, sono un pesce in una brocca, un manager senza cravatta, un calciatore in tuta da sci. Mi accontento di sopravvivere ma ho un piano: parto per ultimo e non arriverò al traguardo. Sono fuori posto, fuori squadra, fuori campo. Ho le palle che mi girano a manovella.


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